martedì 28 agosto 2007

lingua,classici e loro attualità

I Classici: la nostra e la loro attualità

Da tempo circola un'aria di resa a proposito della scuola italiana in generale. I contrasti non sembrano riguardare che la misura in cui essa deve adattarsi alle esigenze dei tempi. L'imperativo di questo adattamento è il ritornello divenuto universale per le tre- "i"(inglese, internet, impresa).
Con queste incisive parole Massimo Cacciari apre un'interessante discussione tra autorevoli esperti di vari settori (letterati, biblisti, filosofi, storici scienziati, critici scrittori e poeti), promossa dal Centro Studi "La permanenza del classico" del Dipartimento di filologia classica e medioevale dell'università di Bologna. Argomento attualissimo: lo studio e il valore della lingua, in particolare delle lingue classiche, latino e greco, nella scuola italiana di ieri e di oggi , in una scuola che, periodicamente, si tenta di riformare con nuovi ordinamenti, senza alcuna riflessione sulla memoria e sull'eredità dei passato.
Cos'hanno da dire alla nuova testa piena delle citate tre "i", alla dispersiva simultaneità di internet alle leggi del mercato globale l'Odissea e l'Iliade di Omero, le Metamorfosi di Ovidio, il De Civitate Dei di S.Agostino? I classici greci e latini sono compagni di viaggio verso la "Bildung" o sono un esercito di morti?
Sulla discussa utilità dei classici Ivano Dionigi ha raccolte le opinioni di illustri intellettuali europei, da Luciano Canfora a Umberto Eco, da Marc Fumaroli a Giuseppe Pontiggia, da Edoardo Sanguineti a Jean Starobinski, al citato Massimo Cacciari.
Ne nasce una valida testimonianza sull'attualità dei classici da parte di un gruppo di intellettuali e maestri del nostro tempo che, con una varietà stilistica paradigmatica, sottolineano l'urgenza del problema ed anche la singolarità del momento in cui, volendo procedere ad una riforma della scuola in Italia, va delineata una posizione nei confronti della cultura classica.

Un bel viatico nell'era della globalizzazione
La posizione di Massimo Cacciari è precisa e determinata: i classici vanno saputi , e cioè gustati almeno nel timbro delle loro parole-chiave, nel tessuto della loro epoca e nel polemos che con essa intrattengono. Soltanto se così gustati potranno essere anche interpretati.
I nostri maggiori umanisti sapevano bene che i classici non forniscono alcun "modello non soddisfano con legge cui obbedire la nostra naturale servitù". All'opposto essi ci insegnano come il classico sia varietas, varietà di ordini sì ma di ordini insofferenti ad ogni Legge pre- o sovra-determinata. Ciò che il classico esige è chiarezza del dettato elaborazione di un linguaggio che concresca davvero col pensiero, non appaia tradurlo meccanicamente.
Per Ivano Dionigi il primo paradigma che fonda e alimenta lo studio dei classici è quello dell'identità o meglio delle identità nelle molteplici forme di radici, impronte, tracce, teorie, metafore.
Se diamo uno sguardo alla storia del nostro continente, sorprendiamo l'identità linguistica dell'Europa che ha parlato ininterrottamente latino fino al XIX secolo per il tramite di tre potenze: politica (imperium), scuola (studium), religione (sacerdotium). Più che un contenuto, il latino sembra essere un destino dell'Europa, come ci fa capire con i suoi scritti Umberto Eco.
L'Europa ha il volto della pluralità e il latino è il segno linguistico unitario di tale pluralità.
La cultura europea muore se si perdono le sue specificità culturali, e le sue specificità culturali si perdono se non si mantengono le sue espressioni linguistiche.
Come si sa il mondo classico non è abitato da un pensiero unico bensì da una pluralità di concezioni diverse del mondo Pensiamo ad alcune di esse come quelle presentate da Platone, Socrate Virgilio, Tertulliano. I classici sono dunque testimoni delle identità plurali o, per dirla con Elias Canetti delle metamorfosi: vale a dire del molteplice, dell'autentico, di tutto ciò che contrasta con il fine monoculturale della produzione.
Senza dubbio i classici sono un bel viatico nell'era dell'indefinita globalizzazione e della complessità senza volto per orientare se stessi e per rivendicare la propria libertà, la propria autonomia intellettuale e morale. Giusta appare quindi la personale convinzione di Cacciari: chi abbia letto una sola tragedia greca una sola "invettiva" dantesca un verso della Ginestra saprà ascoltare saprà riconoscere i propri limiti e il valore altrui, ma passivamente obbedire mai.
Il secondo paradigma sul quale i classici si fondano e si alimentano è quello dell'alterità.
Secondo Dionigi, i classici, carichi delle ragioni della tradizione, contrastano coi conformismi del presente con le mode dell'ora. I classici ci interessano perché sono da noi radicalmente diversi, temporalmente come spazialmente. Importano perché additano forme di esperienza a noi remote e impraticabili, ma per questo appunto ci aprono a dimensioni diverse e giuste.
Ai nostri giorni il paradigma della diversità si arricchisce di nuove e urgenti motivazioni. Due "barbari", direbbe Umberto Eco, battono alle nostre porte : la globalizzazione che smarrisce le categorie di tempo, distanza e differenza e la pressione massiccia di nuove culture, storicamente "altre ", non riducibili ai canoni della cultura occidentale.
Sul piano strettamente linguistico un banco di prova dell'identità e della diversità dei classici, del loro essere sia antecedenti sia antagonisti dei moderni, è rappresentato dal fenomeno letterario della traduzione. Qui il testo conserva l'identità della lingua di partenza ed acquisisce di volta in volta il volto nuovo della lingua di arrivo.

Studio di pochi, eredità di tutti
Oggetto di studio di pochi, i classici sono eredità di tutti. A questo proposito scuola, università, associazioni culturali, singoli studiosi sono chiamati ad inventare forme più idonee originali e coraggiose di divulgazione dei classici greci e latini. Altrimenti il danno della loro eliminazione dai programmi scolastici sarebbe gravissimo.
Eliminare i classici dalla formazione dei giovani significherebbe mutilare la storia e la memoria. Per chi come noi Europei, sostiene Dionigi, affonda le radici linguistiche e culturali nella classicità, ci sarebbe un rischio più grande: quello di non capire più chi siamo. Perderemmo un po' della nostra identità e saremmo tutti schiacciati sul presente, sulla simultaneità di intemet, sulla pressione del mondo globale.
In questo contesto quale dovrebbe essere il ruolo della scuola? Pontiggia, Cacciari, Fumaroli e lo stesso Dionigi manifestano un comune convincimento: la scuola deve dare al giovane quello che non gli danno la famiglia, la televisione, la società. Ovvero la consapevolezza che il mondo non si riduce al " segmentino" del presente, del villaggio globale. Studiare gli autori del passato ci aiuta a recuperare la consapevolezza di un destino comune al genere umano, ad acquisire il senso della continuità, della pluralità e della ricchezza.
La scuola deve rispondere a questa esigenza del molteplice, del lontano, del diverso da quello che ognuno impara quotidianamente.
È una forma di regressione quella che oggi anima gli apologeti della scuola-informazione, della scuola-azienda, i quali non vedono il significato della scuola come Kultur, come luogo del pensare con il nostro attuale passato e l'altrove. È un Denken, che significa anche nach-denken, an-denken, welter-denken.
Perciò alla domanda ricorrente e fuorviante se i classici sono attuali Pontiggia dà una risposta tra provocazione e convinzione: il problema non è se i classici sono attuali il problema è se lo siamo noi rispetto a loro. Loro lo sono sempre basta leggerli, noi non sempre: basta sottoporci alla stessa prova.viga